SIMBOLI E SEGNI DI MARINA ABRAMOVIĆ – GUERRA E STORIA NELLE PERFORMANCE

Motivazione delle scelta

Mappa Concettuale

È il 1997 quando Marina Abramović esegue alla Biennale di Venezia la performance Balkan Baroque. Lei per 4 giorni, per 7 ore al giorno, pulisce in modo ossessivo tonnellate di ossa di mucca come forte denuncia verso la guerra nell’ex Jugoslavia che ancora non si era arrestata.

Questa performance ha una storia curiosa, il Montenegro l’aveva scelta per rappresentare l’arte del Paese nel padiglione della Jugoslavia (di cui resta solo il nome in quanto agli inizi degli anni ‘90 aveva iniziato a disgregarsi). Marina Abramović è serba, è nata e cresciuta a Belgrado, città che lascia definitivamente nel 1976, eppure espose se stessa e la sua creazione in rappresentanza del Montenegro perché, alla fine della “prima parte” della guerra in Jugoslavia, la Serbia e il Montenegro erano ancora unite, sebbene tra i due Stati ci fossero forti tensioni. Il ministro della Cultura montenegrino era preoccupato della scelta performativa dell’artista in quanto era convinto potesse dare un ruolo marginale al Montenegro all’interno della Biennale (oltre ad avere un’enorme spesa economica). Marina chiuse i rapporti con il ministro e continuò con la sua idea e si fece dare dal curatore della Biennale uno spazio espositivo non soggetto ad alcun criterio internazionale e ricevette così l’umido e basso sotterrano in cui eseguì Balkan Baroque.

Balkan Baroque
Marina mentre esegue Balkan Baroque

L’opera comprendeva una video installazione tripartita: agli estremi immagini statiche delle interviste ai suoi genitori, entrambi grandi eroi della resistenza comunista durante la seconda guerra mondiale; il padre Vojo brandiva una pistola e la madre Danica, in un video proiettato di fronte a quello del padre, con le mani incrociate sul petto. Tra le due immagini vi era un video in cui Marina Abramović raccontava una particolare tecnica serba utilizzata per uccidere i topi attraverso il “topo lupo“. Dopo questa storia Marina strappava un telo e iniziava a ballare al ritmo di una musica popolare serba. Di fronte alle installazioni video vi era la parte più importante dell’opera: la performance. Ispirandosi alla sua precedente serie Cleaning the House, seduta su settecento ossa di mucca pulite a loro volta coperte con trecento ossa fresche piene di nervi e cartilagini, si metteva a pulirle un modo maniacale, una ad una, con una spazzola e dell’acqua alternando periodi di silenzio a lunghi pianti quasi isterici, cantando canzoni folcloristiche dell’ex Jugoslavia, vestendo con la stessa camicia da notte e gli stessi slip per tutte le 7 ore dei 4 giorni. Ciò che stupiva di più i visitatori non era la scena “barocca” che si trovavano di fronte ma il tanfo provocato dalle ossa non ancora pulite che marcivano e si riempivano di vermi impregnando i visitatori di quell’odore disgustoso, come fosse un ricordo.

Le ossa e il puzzo, che le fecero vincere il Leone d’Oro, sono il simbolo di una guerra che avveniva al di là dell’Adriatico. Balkan Baroque vuole enfatizzare gli eccessi di quella guerra che i Balcani hanno dovuto affrontare. La pulizia delle ossa diventa il tentativo simbolico di scontare i peccati commessi dal suo popolo in quell’ultima guerra e un tentativo di rendere tutti partecipi del dolore per il conflitto.

DATE GUERRA

 

La guerra iniziò nel 1991 quando la Slovenia e la Croazia dichiararono l’indipendenza dalla Jugoslavia, una repubblica federale socialista, creata da Tito dopo la liberazione dai nazisti, composta da sei stati e due regioni autonome con diverse etnie e differenze storiche. In Slovenia la guerra per l’indipendenza durò pochi giorni tanto da essere ricordata come “la guerra dei dieci giorni” e si concluse con la vittoria delle forze slovene. In Croazia la situazione non fu così rapida, la minoranza serba non accettava la dichiarazione croata, con l’auto dell’esercito Jugoslavo un gruppo di ribelli serbo-croati occuparono alcuni territori croati e iniziarono una pulizia etnica nei confronti dei croati e di chiunque non era serbo. Verso la fine del 1991 vennero bombardate e distrutte Dubrovnik e Vukovar per mano delle forze serbe. Nel 1992 intervennero le forze dell’ONU ma, nonostante questo, i croati erano decisi a rivendicare i loro territori e impiegarono tutte le loro risorse per incrementare ed equipaggiare le forze armate; nel 1995 le armate croate effettuarono due offensive per riconquistare una parte dei loro territori conosciuti come Slavonia dell’est. Decine di migliaia di serbi scapparono dall’avanzata croata in Bosnia, Erzegovina e Serbia. La guerra in Croazia si concluse nel 1995, ma solo nel 1998 la Croazia poté affermare la sua autorità anche in Slavonia in seguito ad una transizione di pace guidata dall’ONU.

I disastri della guerra
I disastri della guerra

In Bosnia ed Erzegovina le cose furono più complesse e sanguinose per vari motivi: primo tra tutti le diverse etnie presenti al suo interno; la popolazione era formata per il 43% da bosgnacchi, per il 33% da bosniaci serbi e per il 17% da bosniaci croati. In secondo luogo la posizione centrale dello stato che lo rendeva desiderabile sia dal leader croato sia dal leader serbo. Nel 1991 i due capi di stato si incontrarono segretamente per cercare un accordo che portasse ad una divisione della Bosnia e Erzegovina equa per tutti. Nel 1992 in un referendum per decidere dell’indipendenza del paese (boicottato dai bosniaci serbi) più del 60% della popolazione votò per l’indipendenza, un mese dopo dei ribelli con l’aiuto dell’esercito Jugoslavo e serbo occuparono rapidamente gran parte del territorio, grazie alla loro superiorità militare, dichiarandolo sotto il controllo della repubblica serba e iniziarono una campagna di pulizia etnica. I bosniaci croati seguirono l’esempio dei serbi rifiutando l’autorità del governo bosniaco e con il supporto della Croazia dichiararono la loro repubblica. Il conflitto veniva combattuto da tre fazioni per la conquista del territorio creando numerose vittime etniche. Si è stimato che le vittime siano state più di 100.000, mentre 2 milioni di persone sono state costrette a lasciare le loro case, senza contare le migliaia di bosniache stuprate. Vennero edificati centri di detenzione per civili nelle città più importanti. Nel 1995 Srebrenica, zona dichiarata sicura da parte dell’ONU, venne presa d’assalto dalle forze bosniache serbe e nel giro di pochi giorni fecero una serie di esecuzioni nel tentativo di creare un vero e proprio genocidio a danni degli uomini musulmani, donne e bambini furono cacciati dalla cittadina. Solo alla fine del 1995, grazie all’intervento della NATO, si giunse all’accordo di Dayton tra i presidenti della Croazia, Serbia e Bosnia – Erzegovina, anche se il processo di pacificazione fu lungo e difficoltoso.

Durante la guerra ai civili era rimasta solo la fede
Durante la guerra ai civili era rimasta solo la fede

L’accordo di Dayton non prendeva in considerazione la situazione del Kosovo dove la popolazione di origine albanese, che costituiva il 90% dei cittadini, viveva in uno stato di forte discriminazione da parte del governo serbo. Da un’iniziale ribellione passiva da parte della popolazione, nel 1998 l’Esercito di Liberazione del Kosovo esplose in una violenta ribellione contro il governo serbo; l’esercito serbo cercò di arrestare la rivolta bombardando villaggi e costringendo gli albanesi del Kosovo a fuggire pur di scampare alla pulizia etnica. Per cercare di portare a termine questa nuova guerra intervenne la NATO con bombardamenti mirati in Kosovo e soprattutto in Serbia per una durata di circa 3 mesi. In risposta agli attacchi NATO la Serbia intensificò le persecuzioni ai danni degli albanesi in Kosovo, in seguito il presidente serbo Milošević fece ritirare le truppe dalla provincia permettendo così ai profughi albanesi di tornare nelle loro case mentre la metà dei serbi in Kosovo fuggirono per paura delle rappresaglie; nel 1999 la Serbia acconsentì all’amministrazione internazionale per il Kosovo da parte dell’ONU.

La Macedonia visse una situazione completamente diversa nel periodo delle guerre degli anni ‘90, dichiarò la propria indipendenza nel 1991 e la ottenne con una separazione pacifica diventando la Repubblica di Macedonia. La Repubblica di Macedonia, popolata da una minoranza etnica di albanesi, rimase in pace durante tutto il periodo della guerra nella Jugoslavia quando all’inizio del 2001 l’armata nazionale di liberazione albanese cercò di sfondare le forze di sicurezza della repubblica nel tentativo di ottenere autonomia o indipendenza nelle zone albanesi dello Stato. Dopo alcuni mesi di continuo conflitto intervenne la NATO e fu stipulato un accordo di pace che riconosceva politicamente la minoranza albanese all’interno della Repubblica.

Marina Abramović, con Balkan Baroque, riesce a rappresentare al meglio quella terribile guerra che concluse uno dei secoli più cruenti nella storia dell’Europa, attraverso una simbologia diretta e cruenta che unisce passato e presente. Non è la prima volta che con l’utilizzo dei segni Marina Abramović vuole raccontarci la storia del suo popolo; con il simbolo della stella a cinque punte di Rhythm 5 e Lips of Thomas allude al comunismo di Tito presente nel suo paese fino al 1980. Nel periodo della guerra tornò a Belgrado per raccogliere materiale e interviste per mettere in scena uno spettacolo teatrale intitolato Delusional, dove proiettò le interviste fatte ai genitori e le figure dei topi che poi riutilizzò per Balkan Baroque per esprimere la vergogna per le brutalità commesse nei Balcani e il suo senso di inadeguatezza rispetto all’eroismo dei suoi genitori, che aiutarono Tito a liberare la Jugoslavia dai nazisti. A guerra finita volle continuare ad omaggiare le sue origini, in particolar modo l’eroismo del padre, con la video installazione The Hero e continuando ad utilizzare la stella a cinque punte come fosse una cicatrice indelebile sulla sua pelle e nel suo spirito.

Lips of Thomas
Lips of Thomas
Rhythm 5
Rhythm 5
Marina si incide una stella a 5 punte
Marina si incide una stella a 5 punte
The Hero
The Hero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

Sitografia

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